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Posted by on Gen 25, 2015 in Ciclismo, Evidenziato | 0 comments

Sfide: Marco Pantani

Sfide: Marco Pantani

Ciclicamente, il mondo sportivo e in parte editoriale italiano torna a parlare di Marco Pantani. Ciclicamente, si associano al campione di Cesenatico – cui tutto pare si possa contestare eludendo dalla sua carriera sportiva – gli anni più tragici della sua esistenza: da quel giorno di Madonna di Campiglio, il 5 giugno del 1999, alla serata del 9 febbraio 2004, all’attimo in cui non ci fu nulla più per cui potersi rialzare, alla fine della lunga discesa di Marco Pantani verso l’oblio. Qualche settimana fa – già erano passati i titoli dei giornali che annunziavano a gran voce la riapertura dell’indagine sulla perizia della Polizia scientifica che analizzò quella tristemente celebre camera di residence riminese – una piacevole sorpresa ha rischiarato, in qualche modo, la figura di Marco Pantani oltre la cronaca nera: una puntata di Sfide, condotta da Alex Zanardi, dedicata integralmente al Pirata. Non, si badi, al Pantani post-2000. Al Pirata: all’uomo che, alzandosi sui pedali, togliendosi la bandana e gli occhiali, per anni è fuggito macinando chilometri di salita e asfalto, all’uomo che ha battuto se stesso in primo luogo, prima ancora dell’avversario, all’uomo che è caduto, più volte, e ogni volta si è rialzato. Al ciclista, al capitano, allo sportivo, al vincitore e allo sconfitto, all’atleta: a quella persona che chi è nato prima di me ricorda nitidamente; al campione che ha fatto sognare una nazione intera, dietro a quelle lenti scure e a quel velo di sofferenza – forse tristezza – che aveva nel profondo dei suoi occhi; a quella persona che per chi, come me, di Pantani ricorda soltanto la notizia, in macchina, della morte quel giorno di febbraio, non è stata altro che mito, paradigma e oggetto di parole, perdute dietro alla scia di una bicicletta che si inerpica su per le Alpi o i Pirenei. La puntata di Sfide è stata qualcosa di diverso dalla trita e ritrita cronaca sportiva che spesso va a rovinare nel burrone della cronaca nera. Perché la storia di Marco Pantani non inizia con la tappa, mai iniziata, di Madonna di Campiglio, con l’ematocrito al 52 per cento e la squalifica dalla competizione; e non inizia nemmeno con le due vittorie contro Armstrong del 2000. Inizia ben prima: non è una storia di depressione, non è una storia di stanchezza, non c’è spazio nella vicenda di Pantani per quel tedium vitae che in tanti hanno voluto intravedere nella storia del Pirata. La storia del campione romagnolo è, invero, caratterizzata in ogni suo istante da un minimo comune denominatore: la costanza. La volontà umana, la voglia di vivere, di lottare, una costante etica dello sforzo che non cede nemmeno di fronte a tibia e perone maciullate a causa di un fatale incidente, una costante scelta umana, morale, sportiva che, anche dopo quelle drammatiche parole del 5 giugno 1999 (“questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Sarà difficile rialzarsi”) lo portò primo sulla vetta del Mont Ventoux il 13 luglio del 2000, limpido in mezzo al fango, pulito e onesto contro chi, qualche anno dopo, fu costretto a confessare quanto fossero luride le sue sette maglie gialle. La storia di Pantani parte da una promessa, ci ricorda Sfide: la promessa compiuta di fronte agli occhi del nonno, il primo suo tifoso, colui il quale per primo gli regalò una bici da corsa: vincerò il Giro. Non fece a tempo a dimostrarglielo – Sotero morì subito dopo la prima vittoria nel Giro d’Italia Dilettanti di Marco – ma tenne sempre in testa, salda, quella promessa. Nel 1994 l’esordio, travolgente, del ciclista romagnolo: al Giro i primi scatti. Vince all’Aprica, scatta sul muro del Mortirolo. È senza tregua: solo la giovinezza e l’inesperienza gli impediscono il primo posto nella classifica generale. Nello stesso anno emerge la perfetta armonia con le strade della Grande Boucle: il 20 luglio del 1994, diciassettesima tappa del Tour de France, Val Thorens, Pantani compie l’impresa. In discesa, dopo 22 chilometri, cade rovinando sull’asfalto francese. Si rialza, pedala con affanno, riprende vigore, raggiunge il gruppo: lo stacca. Termina terzo: l’Italia lo guarda, orgogliosa, sul podio di Parigi, addosso ha la maglia di miglior giovane della competizione, alle spalle 24 anni di sacrifici. Nel 1995 è costretto a doversi rialzare: un terribile incidente gli distrugge, nel senso letterale del verbo, tibia e perone. Un altro, rivela il preparatore atletico di Pantani, si sarebbe ritirato seduta stante. Pantani no: dopo un ciclo di riabilitazione intensivo torna in bicicletta nel 1996. Pedala come prima. Di qui sarà una progressiva scalata verso il 1998, l’anno del trionfo assoluto. Tour e Giro, doppietta. Prima di lui Felice Gimondi, dopo di lui nessuno. Quando scatta Pantani si alza tutta l’Italia. Esultano i bambini, cresciuti ascoltando i racconti di Coppi e Bartali: esultano gli stessi cantastorie. La connessione sentimentale che già si era manifestata nei primi anni, con gli scatti del 1995, è esplosa. Ma già negli occhi di Pantani si intravvede il destino che, oltre quell’attimo, oltre la sua volontà, lo aspetta. Dal 1999 non sarà più come prima. “Vai a casa, drogato” gli gridano i compaesani vedendolo allenarsi sulla storica bicicletta. “Mi hanno tolto la dignità”, replica lui soffocando le lagrime con gli amici più cari, compagni e colleghi di quella squadra creata apposta per lui e per la sua vittoria. Allora non ci fu più nulla per cui rialzarsi: fino alla fine, misera, consumata in quella camera, solo, a Rimini. Non è il caso di narrare, senza avere dati chiari e definiti, la fine della storia di Marco Pantani: di una cosa, però, dobbiamo essere grati, da sportivi, alla conduzione e all’organizzazione di quest’ultima puntata di Sfide: di essere andati oltre a tutto ciò. Di non averci riportato agli occhi il Pantani disperato degli ultimi anni, di non aver indugiato su particolari di cronaca nera o degli ultimi sviluppi giudiziari della vicenda del ciclista romagnolo. Di averci, altresì, fatto rivivere il grande Pantani: quello che non si è mai arreso, sin dal primo scatto della giovinezza agli ultimi colpi di reni, quello che si è sempre rialzato, nonostante tutto e nonostante tutti. Di averci fatto rivivere Marco Pantani. Il grande uomo, il grande sportivo. Il grande esempio.

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Federico Diamanti

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